IL MURO DEL SILENZIO

A

lle 22.39 del 9 ottobre 1963 si stacca dalla costa del Monte Toc una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. Il boato arresta le lancette degli orologi. È affacciato alla finestra, il parroco di Casso, osservando il bosco illuminato dalla luna piena precipitare giù. Alberi, campi, animali, boschi, stalle e uomini che domano le bestie scalcianti. Un mondo intero che parte e si trascina verso valle, a 100 km all’ora. 500 metri di discesa e poi lo schianto. L’acqua del bacino, ora, vola in alto superando il campanile della chiesa. Forma un’onda alta 250 metri, che si divide in due. La prima, più alta del paese, colpisce il pianoterra della scuola elementare. Fa piovere massi da 100 kg che superano e sfondano i tetti delle case. Feriti, nessun morto. Gli abitanti escono e vedono che oltre Casso non c’è più nulla, neppure la strada. Nel frattempo sentono un rumore, come di un treno in corsa, lontano, oltre il ciglio della gola. È la seconda onda; trova sfogo verso valle, scavalcando la diga, che la vede sorvolare. Prende di mira Longarone. Laggiù stanno trasmettendo la finale della Champions League in eurovisione in una delle rare televisioni in paese. Ad un tratto manca la corrente. Tra il fumo delle sigarette, urla e bestemmie,gli abitanti escono in strada. Dirigendo lo sguardo verso la montagna vedono dei lampi e si lamentano per il temporale in arrivo. Svuotano il bicchiere di vino, mentre una corrente d’aria calda comincia a carezzare il viso ed  inumidire le labbra.




“Lo dicevo che stava arrivando la pioggia”


esclamano, mentre il vento aumenta. Aumenta fino a spingerli indietro. Alcuni devono reggersi ai tavoli e alle sedie, finché d’un tratto lo capiscono:


“..la diga!”


Il terrore si diffonde. Hanno una manciata di minuti per mettersi in salvo, ma è impossibile decidere, la mente viaggia all’impazzata. Il corpo si farebbe in quattro: c’è da mettere in salvo la famiglia, i bambini, i genitori, avvertire gli amici. Ma non sanno che è troppo tardi anche solo per pensare a se stessi, per salire in auto o saltare in sella alla bicicletta. Il tutto tra questa corrente che aumenta e li trascina a terra, rompe i vetri delle finestre, spazza via le tegole dai tetti.


“Aspettami, no! Vai tu che sei più giovane, no, la morosa, noo”


Una corsa disperata verso la salvezza. È il muro d’aria il primo ad arrivare, veloce come un treno. Uno stantuffo che toglie prima i vestiti e poi la pelle. Una forza che sbriciola i corpi, trasformandoli in polvere, che viene, in seguito, spazzata via dall’onda d’acqua che la segue. L’onda che ha scavalcato la diga, dopo un volo di 4 minuti percorso a 80 km l’ora, colpisce il letto del Piave. Ne raccoglie le pietre e piomba su Longarone, cancellandolo per sempre dalle mappe. Dopo 15 minuti l’onda di riflusso torna giù a lisciare tutto, come la risacca sulla spiaggia, trasformando la valle in una spianata di fango.

Il sole sorge e l’immagine è spettrale. Il fumo del fango ora asciutto si dirada e scopre un deserto lunare. Non c’è più nulla, è tutto scomparso. Duemila persone, ieri c’erano, oggi sono tutt’uno con la terra. Rimbomba, per la valle, l’eco delle pale degli elicotteri. Al centro, un lago color caffelatte. In superficie, tra le macerie, il formicolio dei militari ispeziona i fondali, muovendosi rispettosamente tra la moltitudine dei corpi, trascinati perfino sui rami più alti degli alberi rimasti in piedi, denudati dalla violenza dell’olocausto della notte. Dal terreno spuntano i binari del treno, piegati e attorcigliati come fuscelli. Molti soldati non ce la fanno. Si accasciano e, nel sorreggersi la testa con le mani, si scorgono lacrime.

 

  

 

Lei invece, la diga, è ancora lì.



L’

imponente parete grigia, opera della più avanzata ingegneria idraulica italiana, incombe sull’abitato di Longarone. Pancia in dentro, petto in fuori, spalle larghe e gomiti poggiati sui fianchi di due montagne che non la lasceranno mai andare. Ancora lì a padroneggiare; non ha deluso le aspettative, lei. Quello che è successo alle sue spalle non è affar suo. La frana cadendo ha lasciato una sinistra ‘M’ lassù sul lato nord del Monte Toc, una firma ancora oggi leggibile. Un lampo accecante, un terrificante boato ed un piccolo villaggio di montagna, risucchiati nel vortice di un enorme andata d’acqua, sono stati descritti per anni come un triste avvenimento dovuto ad una catastrofe naturale, come un terremoto o un’alluvione. Una verità, purtroppo, alterata. Sono state tante le bugie e le manovre sporche, a partire dalle modalità losche della concessione dei lavori, la falsificazione dei rapporti, l’inizio degli scavi senza autorizzazione e gli espropri delle terre strappate alle famiglie dei contadini, le cui case sarebbero state sommerse dal lago.



Della pericolosità della diga se ne era discusso fin dalla fase progettuale, ma la società elettrica privata SADE, la diga più alta del mondo, la voleva a tutti i costi ed era disposta a qualsiasi cosa. Gli uffici governativi dello Stato erano deserti all’epoca ed i pochi, evidentemente, erano occupati in faccende più importanti. Nessuno, dunque, si accorge di nulla. Nemmeno quando la diga supera l’altezza massima stabilita. Tra silenzi e bugie il tempo passa ed il territorio va via via cementificandosi. Si chiude un occhio quando gli abitanti cominciano a denunciare boati e scosse provenire dal sottosuolo, l’altro quando comincia a formarsi e ad ampliarsi una crepa nel terreno, sintomo della precarietà della stabilità dei versanti, nonostante i geologi annuncino la possibilità che possa staccarsi da un momento all’altro. La ditta costruttrice ha una certa urgenza che venga effettuato il collaudo della diga per poterla vendere allo Stato che sta nazionalizzando le industrie elettriche. Ha, quindi, tutto l’interesse a mantenere il massimo riserbo circa i problemi che stanno insorgendo, dal momento che, qualora le notizie diventassero di dominio pubblico, il valore delle azioni si svaluterebbe notevolmente.



Di nuovo scosse, ancora più forti stavolta. La costruzione della diga avanza e con lei l’innalzamento del livello del lago. Nel corso degli anni aumentano gli smottamenti ed i boati provenienti dal sottosuolo. Ci sono delle frane ed un operaio perde la vita. La gente comincia ad avere paura ed esige spiegazioni. Vuole essere rassicurata. La SADE continua a tacere e negare tutto:

  

 

“è tutto normale, tutto calcolato”, dicono.

 

 

Con il consenso degli apparati statali, la complicità di una scienza assoggettata ed il compromesso del potere politico si decide ancora una volta di correre il rischio annunciato e si procede. La diga, costruita con denaro pubblico e poi riacquistata con denaro pubblico è, a questo punto della storia, finalmente nazionalizzata e sono i tecnici Enel ora a gestirla. La mattina di quel 9 ottobre il monte Toc slitta verso il lago di 30 centimetri. Gli alberi in superficie si piegano e le loro radici fuoriescono. Un operaio lancia l’allarme, ma incredibilmente nemmeno questa volta c’è qualcuno disposto ad ascoltare. La caduta della frana è imminente e nessuno ha ancora il coraggio di ammettere quello che sta per succedere. Nessuno si prende la responsabilità di dare quell’allarme che avrebbe dato la possibilità a 1910 anime di portarsi in salvo. Pensano di trovare scampo, invece, inginocchiandosi a pregare, sperando di trovare perdono per la propria coscienza. Ed eccola che, come previsto, alla fine arriva. In un istante l’onda piomba sulla vallata, cancellando Longarone dalle mappe e con lei le radici di intere generazioni.


Sono 50 i superstiti. Si fece di tutto per togliere loro la dignità, per convincerli che niente era loro dovuto perché nessuno poteva essere ritenuto responsabile di una catastrofe naturale. Furono emarginati, lasciati annichilire nel loro devastante dolore. Non avevano più nulla, nemmeno per ricordare: l’onda della morte si era portata via tutto. I quotidiani riportavano giornalmente notizie distorte che accusavano la ribellione e la malignità della natura, raccontando di una catastrofe naturale, di eventi che non si sarebbero potuti prevedere, di cui nessuno era responsabile. Tutte le grandi penne del tempo si mobilitarono per estromettere le responsabilità dello Stato, cambiando la storia ed interpretandola a proprio volere, influenzando, quindi, la comprensione del pubblico. Era necessario fare in modo che lo stato fosse lasciato al di sopra di ogni sospetto. Le emergenze, i bisogni di tutti quelli rimasti senza una famiglia o un tetto, gli ausili economici, culturali e, ancor più importanti, quelli psicologici, furono considerati, in fondo, solo elementi di disturbo perché sottraevano tempo ed energie al vero obiettivo: lo sviluppo industriale del Nord Italia.



U

no degli oltraggi più aberranti rimase comunque la gestione del fiume di denaro. Un massiccio trasferimento di ricchezza sottratta all’assistenza dei sopravvissuti a favore dello sviluppo economico, industriale e capitalistico. La ‘Legge Vajont’ prevedeva, per la ricostruzione o l’ampliamento delle attività distrutte dalla catastrofe, finanziamenti pubblici a fondo perduto e prestiti a tasso agevolato praticamente illimitati  per le persone in possesso di licenze. Licenze che, secondo la legge, erano cedibili a terzi. Persone persuase da avvocati, geometri e commercialisti “amici” di fiducia che, fiutando l’affare, si presentarono, così, nelle case dei titolari delle licenze, perlopiù venditori ambulanti di cucchiai di legno e pantofole, gelatai e barbieri, offrendo loro piccole somme di denaro per poterle acquisire: “Fatevi furbi, vendete ora prima che sia troppo tardi”. È evidente che non avevano alcun interesse a spiegare ai titolari a quali diritti avrebbero rinunciato firmando quel pezzo di carta. Nessuno disse loro, per esempio, che la vecchia attività poteva essere ampliata senza limiti di preventivo, che poteva essere convertita in una nuova attività, diversa dall’ originaria. Oltre il 90% dei superstiti, molti dei quali con debiti da pagare, dunque accettò. Grazie a questa legge il Vajont diventò una ghiotta occasione di profitto per quelli che riuscirono a rilevare una o più di quelle licenze. Una volta in possesso della procura, tali persone, per la maggior parte liberi professionisti, proponevano a grossi complessi industriali l’acquisto dei diritti dei quali erano venuti in possesso. Società che non avevano alcun diritto, non essendo coinvolte in alcun modo con l’area colpita, compravano dunque una licenza per centinaia di migliaia di lire facendosi erogare milioni dallo stato. In alcuni casi con ricavi di 10 mila volte tanto. Il Triveneto diventa, così, terra di conquista, un foglio bianco tutto da riscrivere e reinventare.



È passato più di mezzo secolo ed i fatti diventano sempre più lontani nel tempo. Di allora è rimasto poco o niente. Per miracolo è rimasto in piedi il campanile di una piccola chiesetta, una sequoia, una campana e la statua della Madonna immacolata, patrona della parrocchia, ripescata oltre 100 km più a valle nel letto del Piave. Longarone oggi è una cittadina moderna e colorata e la diga si è convertita in un’attrazione turistica. I superstiti, come unica possibilità di sopravvivenza, hanno imparato a riporre il dolore in fondo alle loro coscienze, ma quell’attimo è e rimarrà per sempre indelebile sulla pelle. Una ferita mai rimarginata, coperta da un cerotto, sotto il quale la piaga è ancora aperta e pulsante. L’onda ha spezzato il loro futuro ed i loro progetti di vita, abbandonandoli socialmente e culturalmente a loro stessi. Il 9 ottobre 1963 rappresentó la fine della vita vissuta fino a quel momento e la necessità di ricominciarne un’altra da zero, senza affetti, senza più riferimenti socio-ambientali. Un’esperienza che ha condizionando la loro vita e quella delle loro famiglie. I superstiti, quelli veri, non quelli che hanno imparato a farlo ‘di professione’, non sono mai riusciti a parlare di quello che è successo, nemmeno con i loro figli. Molti di loro, tuttora, non vogliono parlare di tutto ciò che è legato a quella notte e di quello che li ha travolti dopo, impedendo di dimenticare. Sono diffidenti con tutti e per questo nemmeno tra loro  restano uniti.




Mia nonna Placida si è recata in cimitero posando un fiore ed un lumino rosso in plastica sopra la tomba di mio nonno per oltre 40 anni. La sua, tra le duemila, è una delle 700 bare vuote. Quelle mai rassegnate sono soprattutto le persone come lei, quelle che dopo la sciagura non hanno mai ritrovato il corpo dei loro cari. Molti si sono dovuti accontentare di qualche oggetto, una giacca, un orologio, una scarpa. Molti altri, invece, sono rimasti col niente. Indossa ancora oggi le calze nere in segno di lutto. Riesce a dormire qualche ora per notte quando non dimentica di prendere le pastiglie che ha sul comodino, proprio vicino alla foto di mio nonno. Da qualche anno, però, non va più nemmeno a portare quel saluto simbolico a mio nonno. Non mette più piede in cimitero da quando hanno deciso di ristrutturarlo “per dargli un aspetto più presentabile e decoroso”. È stato ripulito da tutte le croci. Niente più foto, le lapidi con le iscrizioni poste dai parenti sono state sradicate. È stato persino violata la possibilità di posare un fiore e il diritto, così, di sentire quelle tombe come parte del loro cuore. Ancora un insulto ed un nuovo dolore per coloro che non hanno più nemmeno una tomba su cui piangere.



Mia madre aveva 12 anni quando l’onda le strappò via il padre. Quella sera dormiva con la sorellina più piccola; per lei restano un ricordo indelebile l’immagine e le urla di mia nonna che, con quel terribile frastuono in sottofondo, le prendeva per mano per scappare via.

 

 

“Vostro padre non c’è più, dobbiamo andarcene”, diceva.

 

 

“Ci arrampicammo a piedi nudi fino alla cima della montagna e, una volta raggiunta, restammo lì immobili ad aspettare il mattino. La nebbia avvolgeva la vallata e, anche con la luce del giorno, era difficile rendersi conto di quanto accaduto. A volte arrivava qualcuno dicendo che giù non c’era più nulla, ma prendemmo comunque il cammino di ritorno fino a ritrovare casa. Nei giorni a venire tua nonna non riusciva a muoversi, tua zia era troppo piccola, per cui spettava a me occuparmi delle provviste; scendevo verso il paese per la distribuzione del pane e del latte. Ricordo i soldati intenti a setacciare le vittime tra la terra ed il fango. Per mesi mi sono svegliata nel mezzo della notte trovandomi, senza sapere come, sotto il comodino”.



N

essuno ha mai chiesto loro come stessero, di parlare e condividere il dolore dentro, di liberarsi da quei ricordi assordanti. Il malessere di perdere famiglia, casa, amici, un paese, una chiesa, le strade, una cultura, un’intera dimensione, ma soprattutto la propria identità, ha fatto sì che i sopravvissuti abbiano vissuto con una mancanza incolmabile.


E poi il silenzio


È proprio lui il maggiore protagonista di questa dolorosissima ed infinita catastrofe. Lo è sempre stato e lo è tuttora. Quel silenzio che ha avvolto i morti, i parenti, i superstiti, i soccorritori e tutti quelli che sono venuti dopo. Il silenzio del potere politico e di chi ha voluto scontrarsi con la natura. Il silenzio voluto e taciuto, che ha fatto comodo. Un silenzio che ha ricoperto ciò che era già stato sepolto dal fango. Ancora, il silenzio di una famiglia, la mia. Per loro, come per me, è un percorso per liberarsi da un incubo cominciato quel 9 ottobre. Un percorso per ricominciare a parlare, a fidarsi e ad amare.





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