RUGGINE E SUDORE

A

ll’inizio sono rimasto ad osservare, seduto in un pontile dal Sadar Ghat, il porto di Dhaka. Ad osservare da lontano quegli enormi cetacei, quelle carcasse arrugginite sdraiate, tra la foschia, sulla riva opposta del fiume Buriganga. Una mattina all’alba, però, presi la decisione di andare fin lì.



Non esiste nulla come una dozzina di chai strazuccherati (che mi son costati 6 carie in pochi mesi), quattro chiacchiere, risate e strette di mano (obbligatorie). Un paio d’ore e mi trovavo nel labirinto di baracche di Char Kaliganj, slum e sede di uno dei cantieri navali più grandi dell’Asia.




O

ra potevo guardare da vicino quei giganti scheletri sommersi da instancabili lavoratori intenti a smantellarli. Inarrestabili come formiche mentre attaccano una zolletta di zucchero. Narici che assorbono il forte odore di benzina, piedi immersi nel fango, visi avvolti dai gas delle fiamme ossidriche e mani che da anni, o da sempre forse, sono intrise dal petrolio e dalla ruggine.


Lassù in alto, controluce, si vedono le sagome di equilibristi che passeggiano lungo i bordi alti dei ponti delle navi. L’unica protezione su cui possono contare è il proprio equilibrio. Il baccano è assordante. Sembra che il tempo sia segnato dai migliaia di martelli che sbattono incessantemente contro i corpi di queste grandi navi per rimuoverne la ruggine.




Vecchie carcasse arrugginite vengono a morire in questo luogo quando la loro vita come navi giunge al termine. La loro vita dura dai 25 ai 30 anni prima della corrosione, della stanchezza del metallo e della mancanza di parti che le fanno morire. Lo smantellamento delle navi permette di riciclare i materiali di vecchie navi, in particolare dell’acciaio, in nuovi prodotti che risorgono e danno nuova vita a questi vecchi mammut.

 

 

Una volta che la nave viene insabbiata sulla riva del fiume, si comincia subito a smantellarla. Si tolgono combustibile, olio motore e prodotti chimici antincendio, che vengono poi rivenduti. La maggior parte di questi liquidi scorre noncurante nel fiume Buriganga, la linfa vitale della città, il quale giorno dopo giorno sta diventando sempre più inquinato e rendendo la vita più rischiosa per tutte le persone vicine.


Dopo che la nave è stata ridotta ad una carcassa, gli sciami di lavoratori iniziano a utilizzare martelli e bombole di acetilene per strappare enormi pezzi di metallo dalle pareti, finché tutto viene rimosso e venduto ai commercianti: da enormi motori, batterie, generatori, chilometri di cavi in rame, oblò, scialuppe di salvataggio e quadri elettronici. Tutto viene riciclato, fino all’ultima vite e bullone.

 

 

Il lavoro è duro. Gli operai corrono rischi in qualsiasi momento e sono costantemente a contatto con materiali e sostanze pericolose come l’amianto e metalli pesanti. È considerata una delle industrie più pericolose al mondo. Lo smantellamento e ripartizione sono processi impegnativi, dovuto alla complessità strutturale delle navi e alle problematiche ambientali, di sicurezza e di salute.



A molti di loro manca un dito, a qualcun altro un occhio. Quasi tutti hanno mani e braccia ricoperte da cicatrici profonde e frastagliate.


“Quì li chiamiamo ship-tattoos” dice Shihab (58) che è seduto vicino a me in un chai-shop.


“Sembra una buon business finché un giorno non inizi a contare tutte queste cicatrici e ti rendi conto che il tuo corpo ne è pieno. Le stesse cicatrici che coprono la nostra terra già imbevuta di veleni”


“Nel tuo paese non permettete che la gente inquini la vostra terra disfando rottami sulle vostre spiagge. Perché qui invece dev’essere normale che poveri lavoratori debbano rischiare di perdere la propria vita per smaltire le vostre navi indesiderate?”      


A

 Char Kaliganj operano circa 15 mila anime come Shihab che lavorano sia per abbattere navi di grandi dimensioni sia per crearne di nuove con le parti riciclate. La maggioranza vive in capanne di lamiera in condizioni disagiate, ma per loro è comunque una sussistenza, un’opportunità. Hanno corpi magri. Ossa malamente coperte da pelle e tendini.   

    



L’età dei lavoratori varia da 8 a 80 e lavorano tutti insieme. Il lavoro è duro, grezzo, sporco e pericoloso, ma dà a migliaia di lavoratori un salario per alimentare le loro famiglie. I bambini non hanno la possibilità di ricevere un’istruzione formale, ma non esistono altre opzioni se non lavorare per aiutare le famiglie. Tra tutte le più impensabili attività in Char Kaliganj quella della produzione di eliche navali è quella che di più mi ha impressionato. A mani nude vengono prima creati gli stampi con un composto a base di sabbia e cenere. Dopo essere stati riscaldati a lungo con delle fiamme ossidriche vengono chiusi e al loro interno viene colato il bronzo liquido ricavato dalla fusione di scarti di vecchie eliche.



Amir (11) lavora qui da quando ne aveva 7 producendo eliche di navi con il bronzo liquido:


“Sono nato qui e lavoro qui tutti i giorni. Per me non esistono ferie o vacanze, e talvolta mi mancano la scuola e gli amici, ma è il mio lavoro. Aiuto e mi prendo cura della mia famiglia e sono orgoglioso di poter aiutare mio padre a pagare l’agente che ci ha dato il prestito per comprare la casa”.





1 COMMENTS

ปั้มไลค์2020-07-25 14:23:00

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