SULLA MIA PELLE

H

azaribagh, conosciuta come ‘La città dei mille giardini’. Una delle aree più inquinate del pianeta.  Si trova nella periferia di Dhaka, una megalopoli di oltre 20 milioni di persone con la più alta densità di abitanti al mondo. Una fiorente, colorata e congestionata metropoli, dove strade, aria e fiumi sono immersi in un caos senza sosta. All’interno di questo piccolo quartiere di 25 ettari nella capitale del paese ci sono 300 concerie registrate che impiegano circa 45 mila persone. Qui, da sempre, si producono le pelli più preziose al mondo.  Le più ricercate e allo stesso tempo le più odiate.





Ogni anno il Bangladesh esporta pelli in tutto il mondo in almeno settanta paesi. Quest’industria fiorente, alimentata da multinazionali, è cresciuta fino a fatturare un 1 miliardo di dollari l’anno. Un settore che, con le sua sostanze tossiche, sta simultaneamente uccidendo l’ambiente e le persone che ci vivono e lavorano. L’odore soffocante dell’ammoniaca, dello zolfo e delle carcasse in decomposizione aleggia già ad isolati di distanza.




È

 un pungiglione negli occhi, che brucia in fondo alla gola quando si respira. Gli abitanti della zona e gli operai che lavorano nelle concerie sono esposti agli effetti di pericolose sostanze chimiche, causa di febbri, problemi respiratori ed importanti infezioni cutanee. Il rischio di incidenti sul lavoro è, inoltre, molto alto a causa dei macchinari obsoleti impiegati e delle scarse misure di sicurezza. La maggior parte vivono con le loro famiglie in piccole baracche situate nelle vicinanze delle concerie, spesso proprio in bilico sopra i canali dove scorrono i liquami contaminati. Fuori all’aperto, invece, i bambini giocano a cricket, lo sport nazionale qui in Bangladesh, in un campo coperto da mucchi di cuoio inzuppati di cromo.




Nessuno fa eccezione, tutti in questo luogo sono costantemente esposti agli effetti di queste sostanze chimiche pericolose che causano febbri, malattie respiratorie, infezioni, bruciature di acido, eruzioni cutanee, vertigini e scolorimento della pelle. È uno stile di vita che non risparmia nessuno. Secondo una stima, il 90 per cento dei lavoratori delle concerie perdono la vita prima dei 50 anni.




La maggior parte delle concerie adottano ancora metodi di lavorazione obsoleti senza unità di trattamento adeguato, scaricando quotidianamente ventimila metri cubi di veleno tossico, incluso il cromo che è la parte più pericolosa della concia moderna, nel Buriganga. Giù per quel fiume nero pece che spacca in due la città e che si dirama in tutti quei corsi d’acqua che vanno a dissetare il paese, infiltrandosi ed infestando il suolo e le acque sotterranee utilizzate per l’irrigazione.




Senza contare poi che lavorare all’interno della conceria stessa è pericoloso. l rischio di incidenti è elevato a causa dei macchinari obsoleti adoperati e di protezioni inadeguate o addirittura inesistenti. Gli uomini riempiono di pelli gli enormi tamburi in legno. Ruotano per ore trasudando di continuo il liquido blu di solfato di cromo che schizza ovunque.  Sulle pareti, sul pavimento e sulla loro pelle.



I

l governo del Bangladesh non ha mai riconosciuto il diritto alla salute dei suoi lavoratori fino a pochi anni fa, fino a quando finalmente la situazione ha cominciato a migliorare. Sono state apportate leggi internazionali che richiedono di adottare misure ragionevoli per proteggere il diritto alla salute delle persone e del territorio e quasi un terzo delle concerie si sono trasferite a miglia di distanza in un altro sito provvisto di impianti di trattamento delle acque reflue.



Ma centinaia di concerie nel distretto di Hazaribagh, purtroppo, continuano ancora ad operare, pompando quotidianamente fluidi non trattati in una delle città più affollate al mondo. È difficile immaginare di fermare o rallentare la domanda, in particolare quella proveniente dall’ovest, dei prodotti in pelle come scarpe, borse e cinture. Difficile pensare che questo abuso sia dei lavoratori che dell’ambiente possa essere fermato. Una volta immersi in questa realtà, respirandola e vedendola con i tuoi stessi occhi, è più realistico immaginare che a causa di tassi di lavoro a basso costo e di regolamentazioni in materia di sicurezza sul posto di lavoro o di sicurezza ambientali quasi inesistenti, queste anime continueranno ad essere sfruttate e morire per il bene dei consumatori.




S

aeful, 20 anni, lavora le pelli immerso fino alle caviglie, nelle pozze degli agenti chimici, da quando ne aveva 11. Sotto le lamiere dei tetti le temperature raggiungono i 50 gradi ed in questo inferno infestato dal fetore dei residui organici in putrefazione centinaia di anime lavorano dimenticandosi dell’asma, delle ustioni e delle irritazioni alla pelle.

 

 

 

“L’acido non importa, dice Saeful, quando io e la mia famiglia abbiamo fame dobbiamo mangiare”.






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