INDIA IN MOTOCICLETTA

La Royal Enfield nasce nel Middlessex (Regno Unito) nel lontano 1890 come produttrice di cannoni ed armi leggere. La Royal Small Arms Factory, questo il nome dei suoi stabilimenti all’epoca, costruisce la sua prima bicicletta a motore da 170 cc. Pochi anni dopo, nel 1906, viene fondata la Enfield Autocar Company Limited, dove i tecnici si dedicano a tempo pieno alla costruzione di automobili ed all’ideazione di veicoli a due ruote con grandi risultati, sia commerciali che sportivi. Durante la prima guerra mondiale è la Royal Enfield a fornire armi e motocicli di vario genere alle forze armate britanniche. Nel 1948 nasce la Bullet 350 cc, derivata dal modello G346 dell’esercito, che nello stesso anno vince la “Sei Giorni Internazionale di Enduro”. Nel 1953 la Bullet implementa la sua cilindrata fino a 500 cc. La nascita di una leggenda che resta immutata fino ai giorni nostri. Purtroppo, però, poco più tardi arriveranno gli anni sessanta, che segneranno il declino di quasi tutta l’industria motociclistica britannica. È così che, nel 1965, anche la Royal Enfield interrompe la produzione in patria delle mitiche motociclette. La sorte del marchio Royal Enfield riesce, però, a sopravvivere grazie al governo indiano, il quale decide di adottare per le proprie forze di Polizia di Frontiera la Bullet 350, le cui caratteristiche di robustezza e affidabilità vengono reputate adeguate per il difficile servizio da svolgere. Si decide, dunque, di trasferire la linea di produzione a Chennai, nel sud dell’India. Rimane, quindi, in attività la linea di produzione della Bullet in India e continua ad operare su licenza della casa madre; la vendita di Bullet rimane, pertanto, destinata quasi esclusivamente al mercato locale.





Mi trovavo a Goa quando, una mattina, brindando con un “chai” insieme ad un uomo iraniano di nome Lior, con cui ho concluso l’affare, sono entrato in possesso di una vecchia Bullet. La ruggine dava a questo mezzo del ’75 (esattamente la mia età) un fascino, una bellezza ed un carisma unici. Il sorriso, però, scompare immediatamente dal mio volto una volta che mi metto alle prese con la Bullet. L’intera mattinata è persa a scalciare su quella leva per farla partire. Attorno a me si forma il solito gruppo di curiosi e di sapientoni che comincia ad urlare: “Noo, devi premere la pinza, noo, abbassa il pedale, gira il rubinetto, stringi la vite..!!”. Divento nervosissimo. Alla fine, però, eccola che parte! Il rombo infernale del cilindro 500 cc raffreddato ad aria, che esce dal tubo cromato, mi riempie il cuore. Gli spettatori, ora, applaudono. Il sorriso ritorna. Ci salgo sopra. Per un pò assaporo l’anima di questa che è una moto di altri tempi. La parola “innovazione tecnologica” non esiste. La sella è scomodissima. Non scorderò mai il feeling del contatto con quelle molle, che mi lasceranno una sorta di tatuaggio permanente in quella zona. Il pedale delle marce è a destra (marce che si innescano al contrario, tra l’altro).





Il pedale del freno è a sinistra. Il contachilometri e l’indicatore del livello della benzina sono rotti. Niente specchi, né frecce. La targa è un pezzo di lamiera con dei simboli dipinti a mano (secondo me inventati). Il pubblico torna a pronunciarsi:“non preoccuparti, la Bullet è fatta come una pistola e corre come un proiettile. E ricorda che non sei solo in sella ad una moto, ma a cavallo della storia. Solo due cose sono importanti: la benzina ed un clacson potente”. Bene, controlliamo i documenti dunque.. Prendo in mano il libretto. Una sorta di sindone che mi si sbriciola tra le mani mentre cerco di aprirla. Quando chiedo se bollo e assicurazione sono a posto, la gente mi guarda senza sapere minimamente di cosa stia parlando. Realizzerò con il tempo che non si ha bisogno di alcuna documentazione cartacea girando per strada. È sufficiente allungare qualche rupia in più alla polizia che ti fermerà ai posti di blocco. E il casco? Non è obbligatorio. La legge dice solo che devi circolare “con il capo protetto”. Una sciarpa, un berretto o una pentola possono andar bene.. Tutto pronto per partire, dunque! Alle 5 del mattino seguente il rombo del mio trattore sveglierà qualsiasi essere vivente sull’intero pianeta. Si parte.. Due mesi ed oltre duemila chilometri. Un ricordo indelebile. Non potrò dimenticare i riflessi di quel sole rosa a far risplendere le cromature della mia compagna di viaggio. Lei, che ho imparato a sentire, ad ascoltare. Lei che, quasi ogni giorno, decideva quando era il momento di fermarsi.





Ore a picchiare sul pedale senza cenni di risposta, a spazzolare candele carbonizzate dalla benzina di quarta scelta, ad aspettare un’anima buona che mi caricasse su un carretto per, poi, tornare con mezza bottiglia di benzina.Lo sguardo costantemente attento mentre mi districavo tra autobus, tuk-tuk, scooter, ciclisti, pedoni, camion, cani, capre, mucche, buoi e scimmie.Occhi attenti ad assorbire, scrutare ed apprendere. Il velo di olio e polvere che mi copre braccia e volto mi protegge dalle bruciature del sole. Quante volte quei grossi camion in sorpasso, al lato dei quali ci si sente un moscerino, mi hanno spinto fuori strada. Ma non è con fare arrogante che quest’amante saprà rispondermi. Le Enfields possono sembrare indistruttibili ad un primo colpo d’occhio, ma sono notoriamente inaffidabili. Basta percorrere 100 metri a bordo di una di esse e si capisce il perchè: non c’è una singola vite che non vibri. Fumo e olio, poi, fuoriescono ovunque. E non vi è meccanico che non dica che tutto è perfettamente normale, anzi: “se non perde dell’olio significa che qualcosa non va!”. Viaggiare sull’asfalto rovente in India con la mia Royal Enfield, senza ombra di dubbio l’esperienza più straordinaria della mia vita.






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